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Mille orti in Africa: si parte


21/06/11
"Jambo bwana!" in swahili significa "benvenuto fratello!" e con questo saluto i rappresentanti di Slow Food in Kenya hanno accolto i 65 partecipanti arrivati a Nakuru, a nord di Nairobi, per il primo seminario regionale (15-17 giugno) dei Mille orti in Africa.

      

Tre intense giornate pensate per promuovere il confronto fra i protagonisti del progetto provenienti dai paesi dell'Africa anglofona. In prima fila c'è Sid Ali: agricoltore da quarant'anni in Somalia, parla un italiano impeccabile. Poi ci sono diversi insegnanti. C'è Amos, che arriva dalla scuola di Michinda (Kenya). Accanto a lui, Noel, mama e maestra elementare, che insegna agricoltura ai suoi alunni a Mukono (in Uganda). Dall'altro lato della sala c'è Mazoe, che rappresenta il Malawi, e poi i delegati di Egitto, Etiopia, Sierra Leone, Sudafrica, Tanzania e una rappresentanza di tutte le tredici condotte keniote.

 

A fare gli onori di casa, John, Jane e Peter, che si sono laureati pochi anni fa all'Università di Scienze Gastronomiche (Pollenzo, Italia) e che hanno deciso di rientrare nel loro Paese per lavorare a fianco delle comunità.

 

Gli interventi di Ferdinand e Priscilla, kenioti e agronomi di professione, innescano il dibattito sulle tecniche agronomiche e sulle principali questioni trattate dal vademecum dei Mille orti. Molti gli interventi del pubblico: chi fa domande, chi vuole semplicemente condividere la propria esperienza. 


Tutti concordano sull'approccio olistico all'orticoltura promosso dall'agroecologia e da Slow Food. Un buon orticoltore deve essere prima di tutto un buon osservatore, capire quali sono le condizioni pedo-climatiche e quali varietà si adattano meglio al territorio. È questo lo spirito del progetto: guardarsi bene intorno: capire prima quello c'è e poi quello che manca. Come sottolineato dai partecipanti, questo è il modo per ribaltare il rapporto assistenzialista che vede come unica soluzione il rapporto donatore-beneficiario, ignorando le ricchezze e le diversità dell'Africa. Ed è questa l'idea di sostenibilità su cui fanno leva i mille orti in Africa.

 

I punti da discutere sono tanti e il tempo a disposizione poco. Si formano gruppi di lavoro, che parlano di gestione integrata dell'orto, risorse naturali (suolo e acqua), raccolta e conservazione dei semi, educazione, comunicazione (per dare il giusto risalto al lavoro delle comunità), costi e coordinamento del progetto.


L'ultima giornata di lavoro è dedicata alla visita di due orti scolastici.


Nella scuola di Michinda gli studenti accolgono gli ospiti con canti e balli tradizionali masai, poi si dividono in gruppi e descrivono la compostiera, le varietà coltivate (spiegando per ognuna le proprietà nutritive, le tecniche di coltivazione e di difesa dai parassiti), i cibi tradizionali (il porridge fatto di sorgo, miglio e una goccia di limone, l'irio, un polpetta preparata con mais, patate, foglie di zucca, ortiche, il chap ati preparato con zucca o carote, i succhi di frutta...).

 

Nella seconda scuola (Marioshoni) con i ragazzi ci sono anche le mamas (le anziane del villaggio) che ballano e cantano con costumi tradizionali (fatti con le pellicce degli animali della foresta Mau) e le facce dipinte. Dopo la festa tutti siedono nel prato dietro la scuola e, di fronte a duecento persone, la preside racconta il periodo buio della scuola - tra il 1987 al 1992 - quando il popolo Ogiek è stato cacciato dalla foresta. Ora, finalmente, gli Ogiek sono tornati e i loro figli possono di nuovo frequentare la scuola.


Per maggiori informazioni
ortiafrica@terramadre.org
www.fondazioneslowfood.it





   
 
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