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Api, il bottino avvelenato


05/05/14
Greenpeace ha pubblicato un nuovo report sulle api in Europa, scaricabile online nella versione integrale in inglese e in una sintesi in italiano. Questo studio ha riguardato 7 paesi per le analisi del polline già stoccato negli alveari e 12 paesi per le analisi del polline prelevato all'ingresso degli alveari. Si è accertata così una diffusa contaminazione agrochimica nel polline, l'eccellente risorsa proteica di cui si cibano le api e molte altre specie di invertebrati: 17 campioni sui 25 di polline già stoccato sono risultati contaminati da almeno 1 dei 17 pesticidi rilevati; nel polline in ingresso invece sono stati rilevati 53 pesticidi: almeno uno di essi era presente in 72 campioni su 107.

L'Italia - il paese Ue con maggior uso di insetticidi - ha un primato che le fa poco onore: fa registrare infatti la più ampia gamma di molecole contaminanti nei suoi pollini, specialmente in prossimità dei vigneti.

È nota la fragilità delle api a fronte di perdita della biodiversità, malattie, cambio climatico. Ma questa indagine documenta una contaminazione velenosa e pervasiva che affligge gran parte delle specie viventi essenziali al ciclo produttivo agricolo. Lo spandimento di pesticidi, che è l'aspetto su cui si potrebbe intervenire in modo più efficace con misure adeguate, è il fattore che amplifica ed esaspera gli altri squilibri.

Non si fa dunque ancora abbastanza per preservare i viventi dall'azione tossica - sia immediata, sia subdola nel tempo - dei pesticidi: sia perché finora il divieto degli insetticidi sistemici (neonicotinoidi) è stato solo parziale e temporaneo; sia perché troppo spesso si consente che una molecola vietata venga rimpiazzata da un'altra, i cui effetti non sono, a loro volta, adeguatamente valutati. Si dovrebbe fare molto di più: rendendo i divieti permanenti, estendendoli ad altri insetticidi e pesticidi e aumentando i finanziamenti alla ricerca e allo sviluppo di pratiche agricole ecologiche. Ce lo chiedono le api. E noi siamo dalla loro parte.

Silvia Ceriani

Articolo pubblicato su La Stampa - 4 maggio 2014

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