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Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus

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Scelte controcorrente


29/07/13

Manuela Ceruti è figlia di un falegname di Borgosesia, città nota per le sue industrie e il suo artigianato, tanto che già dalla seconda metà dell'800 erano rinomate le sue filature. Come molti altri giovani, Manuela ha lasciato Borgosesia per studiare economia a Pavia e, fino ai trent'anni, ha creduto che la sua strada fosse altrove. Si è laureata e ha cominciato la sua carriera a Milano e a Novara. «Ho lavorato nell'ambito universitario e anche in aziende private, ma quello che per tanti anni avevo creduto fosse il mio futuro mi stava sempre più stretto», racconta Manuela. Non avrebbe certo detto, in quegli anni, che dopo tanto cercare lontano da Borgosesia, sarebbe tornata proprio in quella valle.

 

A cambiare la sua vita è stato l'incontro con un giovane, Livio, che al contrario di Manuela, ad allontanarsi non ci aveva mai pensato. Livio è un malgaro e con la madre vive tutta l'estate sull'Alpe Lincée, a mille metri d'altitudine, ad appena pochi chilometri da Varallo Sesia. Qui alleva una ventina di vacche e circa ottanta capre di razza vallesana, una razza autoctona dal manto bizzarro - metà nero e metà bianco - e produce macagn.

 

«Davvero un incontro d'altri tempi: quando mi ha fatto visitare la sua malga e assaggiare il formaggio fatto con le sue mani, ho iniziato a rendermi conto che al di fuori della routine cittadina a cui ero abituata, c'era un mondo diverso, libero, dove la famiglia, i piccoli ideali, l'umiltà e la genuinità delle persone sono rimaste quelle di un tempo, in parallelo con la realtà così lontana delle città. Ci siamo sposati e ho iniziato a lavorare con loro. Più che mio marito, la mia vera maestra è stata sua madre, Angelina. Lei vive in alpe per tutto l'anno mentre noi saliamo con i bambini solo ad aprile per ritornare a valle a settembre. Non ha la televisione e passa le giornate occupandosi delle sue capre che rimangono in alpeggio con lei. Io le racconto ciò che accade nel mondo e lei mi dice ciò che ne pensa, sovente confrontando il mondo di oggi con quello di 50 anni fa: la sua saggezza non finisce di stupirmi. I mesi invernali sono molto duri su in alpe, e l'unico modo per avere l'acqua calda è riscaldarla sul fuoco. Quando nevica l'impianto fotovoltaico si ricopre di neve e non riesce ad accumulare energia sufficiente per accendere le poche lampadine necessarie, e lei usa quindi le candele. Tutto questo non la preoccupa, perché il suo modo di vivere semplice la rende libera dalle frustrazioni che viviamo noi ogni giorno».

 

Manuela che oggi ha 34 anni si occupa dei rapporti con i vari enti di controllo, aiuta in casa e accudisce le vacche e le capre. Il formaggio lo fa Livio che si occupa anche della mungitura. «Mungere e fare il formaggio sono gesti e saperi che si tramandano di generazione in generazione. Per chi, come me - continua Manuela - non nasce in questo mondo non è facile, e ci vogliono tempo e attenzione. Ogni giorno che passa sono sempre più convinta della scelta che ho fatto. Ho conosciuto entrambe le realtà: il mondo frenetico dove le persone è come se interpretassero una parte in un gioco di ruolo, e un altro dove si è invece parte di una struttura conciliante e autentica, fatta dalle persone e dalla natura che ti sta attorno. Mi sono resa conto che questa realtà, dalla quale molti giovani fuggono, è molto più vicina al mio modo di vedere le cose.»

 
Manuela ha due figli: Marco di tre anni che adora i pascoli dell'alpe e i suoi animali, e Greta di un mese e mezzo. Manuela e Livio stanno raccogliendo fondi per sistemare la strada, oggi ancora sterrata, che porta all'Alpe, perché vogliono viverci tutto l'anno. Stanno inoltre svolgendo un compito molto impegnativo, senza alcun tipo di sostegno pubblico: hanno affittato dal Comune circa 80 ettari di alpe invasi nei decenni passati dal bosco e li stanno disboscando, per aumentare la superficie da destinare al pascolo. Una volta tagliate le piante, lasciano riposare il terreno per un anno e seminano l'anno dopo con una miscela di semi di erbe adatte a quell'altitudine, ma soprattutto proprie di quel territorio.

 

La fitta vegetazione che incombe sulle strade che risalgono la Valsesia sembrerebbe agli occhi di un turista inesperto un segnale di un ritorno della natura. È invece il segno di un abbandono quasi totale. Laddove all'inizio del '900 esistevano oltre 500 malghe oggi regnano il bosco, il cinghiale, il silenzio. Le alpi attive in Valsesia sono oggi un centinaio, comprese quelle della montagna biellese: in tre di queste, un Presidio Slow Food di cui Livio fa parte ha recuperato nel 2003 la produzione tradizionale del Macagn. Pochi recuperano le vecchie baite, i fienili e le piccole stalle di ricovero: di conseguenza, il posto per i pascoli è sempre più ridotto.

 

Storie come queste danno speranza: giovani che scelgono di dedicare la loro vita a perpetuare il lavoro e il sapere dei loro padri, e a difendere e tutelare la terra sulla quale vivono. 


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