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Dalla Coca-Cola a Freetown


14/06/12
Che cos'hanno in comune la Coca-Cola e un birrificio artigianale piemontese?

 

Pochi lo sanno ma un pezzo del nome della bibita più globalizzata al mondo, la Coca Cola, appartiene all'Africa.

 

La cola è un frutto, della stessa famiglia del cacao (le Streculiacee) ed è nativa delle foreste tropicali dell'Africa occidentale, in particolare di Sierra Leone e Liberia, paesi in cui si trova ancora allo stato selvatico. Nelle regioni sud-orientali della Sierra Leone (distretti di Kenema e Kailahun) si coltiva in consociazione con caffè e cacao - piante più piccole che prediligono l'ombra - e si raccoglie due volte l'anno: da aprile a maggio e da novembre a gennaio.

 

In Sierra Leone è consumata durante riti e cerimonie, per dare il benvenuto agli invitati, come simbolo di amicizia, per siglare un'intesa o la riconciliazione tra due parti. In occasione del ramadan, i produttori preparano una sorta di ginger ale con acqua, zenzero, cola, peperoncino e, talvolta, zucchero. È ingrediente della farmacopea tradizionale (se masticata dopo i pasti aiuta la digestione e la caffeina contenuta nel frutto migliora la concentrazione) ed è usata come colorante per i tessuti dalle etnie Mandingo e Temne.

 

In Sierra Leone, una lunga guerra civile ha colpito tragicamente un'intera generazione e ha avuto ricadute negative anche sulla produzione della cola. I coltivatori più esperti sono scomparsi in guerra o emigrati e si è bruscamente interrotto il passaggio intergenerazionale dei saperi tradizionali. Così, oggi, la sua coltivazione spesso è poco curata, gli alberi producono in ritardo e in modo discontinuo.


Nel 2012 - nell'ambito di un progetto realizzato dalla Fondazione Slow Food con la Fao - è nato il Presidio della cola di Kenema, che coinvolge 48 piccoli produttori dei villaggi di Dalru e Gegbwema, nella Sierra Leone sud-orientale, quasi al confine con la Liberia. Insieme, hanno iniziato a lavorare per migliorare la coltivazione, la trasformazione e la commercializzazione.

 

E fin qui non c'è nulla che possa condurre alla Coca Cola. Nulla, tranne il nome: "rubato" e infilato nel marchio più famoso del mondo.

 

A questo punto ci spostiamo in Europa. Più precisamente in Italia, dove da diversi anni alcuni produttori ripropongono bibite analcoliche un po' retrò - come la gazzosa, il ginger, la spuma - con un'attenzione nuova per le ricette e la provenienza delle materie prime: solo ingredienti naturali, niente conservanti, né coloranti.

 

Tra questi c'è anche un noto birrificio artigianale piemontese: Le Baladin di Teo Musso. Ed ecco che arriviamo alla Coca Cola, o meglio alla sua rivisitazione.

 

«Quando Slow Food mi ha presentato la noce di cola, ho subito accettato con entusiasmo, racconta Teo Musso. Da diversi anni ormai Baladin produce bevande analcoliche naturali senza conservanti, né coloranti; interpretare la bevanda più famosa al mondo è stata una sfida a cui non potevo certo sottrarmi. Con il valore aggiunto che la Cola Baladin avrebbe contribuito a sostenere economicamente importanti progetti della Fondazione Slow Food: l'aiuto ai coltivatori della cola in Sierra Leone e l'adesione al progetto dei Mille orti in Africa. Ho perciò creato una ricetta che mi permettesse di interpretare secondo il mio personale gusto, il classico aroma della cola, utilizzando, chiaramente, solo materie prime di primissima scelta. Non ho usato acidificanti - se non quello naturale derivato dal succo di limone - e non ho assolutamente aggiunto coloranti. Sono orgoglioso che proprio nel colore ci differenziamo senza mezzi termini dal prodotto industriale. La nostra cola è di colore amaranto, ricavato dal prezioso frutto».

 

Il Baladin si impegna ad acquistare la cola direttamente dai piccoli produttori del Presidio e a sostenere - con una percentuale delle vendite - il Presidio della cola di Kenema, ma anche la realizzazione di 60 orti (comunitari e scolastici).

 

Per assaggiare la Cola Baladin, entra in uno dei locali Baladin o in uno dei punti vendita di Eataly






   
 
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